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La prima cosa che le persone che vengono allo sportello fanno, è scusarsi del disturbo.

Un modo gentile di fare notare che non considerano l’aiuto un diritto acquisito – non tutti hanno questa concezione dell’accoglienza ma la maggior parte, si.

E poi: “Dottoré, ma io secondo Lei… che devo fare?”.

A parlare è Zuraika Gualtieri, sociologa e con una laurea in Servizio Sociale, assistente sociale responsabile della Linea 3. Che pur essendo l’ultima delle 3 Linee componenti il progetto Mete, è la prima in ordine di arrivo delle persone perché è quella che le indirizza, che le orienta. Fermandosi a volte nel suo percorso interno di “censimento” e orientamento verso l’autonomizzazione a vari livelli, incluso il sostegno alla compilazione di documenti di vario tipo una volta identificato il bisogno – altre volte passando alle altre due Linee per fornire anche formazione professionale e sostegno abitativo.

Va detto che cercare di parlare con Zuraika per intervistarla, in qualche modo, va già dritto al cuore dell’articolo: una gimcana di messaggi e telefonate perché ad ogni tentativo, allo sportello arrivava un beneficiario per un colloquio –  e non c’è modo migliore di comunicare il dinamismo e il bisogno chiaro del servizio in questione che essendo chiaramente prioritario faceva interrompere l’intervista.

Dopo qualche giorno ce l’abbiamo fatta.

“Ho iniziato a lavorare molto giovane, come volontaria anche prima della laurea  in sociologia perché volevo essere sicura di scegliere un percorso  “adatto a me”, ed ho sempre lavorato con persone in estremo disagio sociale. Il lavoro che faccio l’ho scelto,  mi piace molto, e la mia formazione continua mi permette di cogliere anche gli aspetti non verbali dell’espressione delle persone. Quelli su cui si “gioca” la parte più importante della comunicazione”.

La linea 3 si impegna quotidianamente per rendere le persone capaci di crearsi una rete sociale autonoma. Ricordo una famiglia dello Sri Lanka con un bimbo piccolo e dalla salute fragilissima: li abbiamo seguiti nel passaggio di residenza, nell’accesso al buono affitto in essere, agevolati nella fruizione di beni di prima necessità , accompagnati alla presa in carico da parte del servizio sociale nel nuovo territorio, ed abbiamo motivato il nucleo a prendere confidenza con il nuovo quartiere, spingendoli ad esser visibili, a mostrarsi, a vivere un quotidiano fatto non solo di medicazioni e visite ma anche di un caffè al bar sotto casa o di una passeggiata nel parco – concedendosi la possibilità di conoscere altre persone.

E poi, la voglia di regolarità: le persone che hanno voglia di essere integrate, pagare le tasse, ma non riescono, incastrate nelle maglie dell’irregolarità. Si, persone che vorrebbero fare tutto in regola e non possono: quanto assurdo è questo? Il lavoro quotidiano dei “punti di accesso” non è solo fornire alle persone la possibilità di accedere ai diritti, ma anche di presentare loro il concetto di “dovere” in un ottica di consapevolezza e legalità. Lavorando per l’emersione legale, lavorativa, e delle locazioni.

Alcune persone avevano posizioni solide nel loro Paese, provengono da un ceto socio economico medio-alto e ora si trovano marginalizzate, spaesate, prive di rete sociale e punti di riferimento: noi cerchiamo ogni giorno di essere una “cassetta degli attrezzi” per costruire o ricostruire.

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